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L’isola di Pasqua è un’isola del Pacifico meridionale, a oriente dell’arcipelago polinesiano ma distante da questo e solitaria.
la vita dei suoi abitanti, oggi quasi completamente estinti, era perciò molto legata all’ambiente marino che li circondava.
Sulla superficie dell’isola, di origine vulcanica, non cresceva un solo albero. Vi si trovavano solo arbusti dai quali era possibile ricavare statuette, spiedi per la caccia e asce ma che non erano adatti per costruire manufatti di grandi dimensioni.
Qualche grosso tronco poteva arrivare solo trasportato dalle correnti marine e naturalmente era una grande fortuna per chi riusciva ad impossessarsene. Ma questi casi non erano molto comuni e così il legno era considerato un materiale prezioso; se ne consumava il minimo indispensabile e quello che avanzava veniva usato per ornamenti e tavolette da scolpire con disegni.
Per non sprecare neppure un centimetro di legno ad esempio, i pali che formavano l’impalcatura delle case non erano conficcati nel terreno ma infilzati in tori praticati in blocchi di pietra.
A causa della scarsità del legno le imbarcazioni oltre che piccole erano anche piuttosto fragili e ciò costituiva una grave limitazione per la pesca.
I Polinesiani erano abilissimi nel preparare lunghe canoe, ma una volta sbarcati sull’isola di Pasqua dovettero accontentarsi di imbarcazioni molto più piccole e rozze proprio per la mancanza del materiale.
I navigatori europei che videro la civiltà dell’isola nel periodo del suo splendore raccontarono che le canoe erano formate da tante tavolette di legno cucite insieme. Perfino le pagaie dovevano essere costruite in due pezzi per mancanza di legni abbastanza lunghi.
Questo fatto spiega in parte perché presso gli abitanti dell’isola la pesca non avesse quell’importanza che aveva invece presso gli altri Polinesiani, Certamente i Pasquensi erano svantaggiati anche dal fatto che intorno all’isola non esistevano barriere coralline: evidentemente sarebbe stato molto più facile catturare i pesci nelle lagune degli atolli che non nel mare aperto.
Nonostante ciò la pesca costituiva la principale attività degli uomini nel periodo estivo; che questo fosse un momento molto importante è testimoniato dal fatto che quasi tutta la mitologia dell’isola di Pasqua parla di viaggi per mare ed è costituita da leggende e racconti che hanno come protagonisti i pescatori. Un’altra prova è data anche dalle numerose raffigurazioni di pesci scolpite nella roccia.
La pesca del tonno era praticata al largo, mentre dagli scogli si pescavano con ami di pietra o di osso numerose specie di cui le acque intorno all’isola erano ricche. Era conosciuto anche l’uso di grandi canestri e di reti fabbricate con fibre di gelso. Questa tecnica è la prova che una volta la pesca doveva essere un’attività collettiva, svolta da gruppi numerosi di individui, altrimenti le grosse reti non avrebbero potuto essere manovrate. Una notevole importanza aveva la raccolta di crostacei e di molluschi; questa attività era svolta prevalentemente dalle donne e dai bambini che non temevano di avventurarsi sulle scogliere anche di notte per catturare i pesci abbagliandoli con le luci delle torce. Un altro alimento tratto dal mare era costituito dalla carne delle testuggini che nuotano al largo dell’isola. Così gli indigeni, nuotando dietro di esse, potevano spingerle verso le reti.
Ma nessun popolo, per quanto viva a contatto col mare, può sostentarsi solo coi prodotti della pesca. Nell’economia dei Pasquesi perciò anche la coltivazione di giardini e orti era fondamentale.
Quando i Polinesiani arrivarono sull’isola di Pasqua, avevano molto probabilmente con sé germogli dell’albero del pane e noci di cocco che nei paesi di origine costituivano l’elemento essenziale dell’alimentazione. A causa del clima più freddo però questi alberi non resistettero e gli abitanti dell’isola di Pasqua dovettero accontentarsi di utilizzare i vegetali che erano sopravvissuti alla traversata o che già esistevano nell’isola: banani, tari, patate dolci, gelsi da carta, canna da zucchero.
La coltivazione di queste piante era molto laboriosa perché il terreno di origine vulcanica diventava molto fertile solo a prezzo di continui lavori. Si dovevano togliere dal campo le pietre superflue, rincalzare le zolle di terreno intorno ad ogni piantina per proteggerla dal caldo e combattere contro il propagarsi continuo delle gramigne. Tutti questi lavori erano fatti con il solo aiuto di un palo o di una pietra acuminata.
Un grosso problema era dato dalla mancanza di acqua. Poiché nell’isola non esistevano fiumi o ruscelli si era sempre in lotta per impedire al sole di seccare i raccolti. Così si coprivano i campi con un sottile strato di erba o si scavavano solchi per trattenere le acque piovane. Un altro metodo consisteva nel coltivare le piante più sensibili, come i banani o i gelsi, in pozzi scavati vicino alle capanne o in cavità di rocce ricche di detriti vegetali e quindi di humus.
Naturalmente la mancanza di fiumi o ruscelli creava anche un grosso problema per l’approvvigionamento idrico dei villaggi: esistevano nelle cavità vulcaniche sulle montagne alcuni laghetti ma erano quasi inaccessibili.
Per questo i Pasquensi preferivano utilizzare ‘acqua piovana in recipienti di zucca o quella delle sorgenti che sgorgavano in diversi punti della costa. Queste acque però affioravano così vicino al mare da risultare salmastre.
 
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